giovedì 4 maggio 2017

2 CHE


-          Ciao. Senti un po’: la custode del palazzo mi ha bloccato…

-          Taci!

-          Ti dicevo che la signora che di solito mi segue dalla guardiola, oggi…

-          Non nominarla, ti prego!

-          Ma hai visto i bidoni?

-          Lo so.

-          Stamattina tutti belli in riga come soldatini…

-          Ecco, appunto.

-          E non dovevi occupartene tu?

-          Infatti.

-          Sai cosa mi ha detto quella bocca lagnosa?

-          Tu le credi?

-          Dimmelo tu se devo: hai per caso qualcosa da aggiungere?

-          A tutto quello che lei ti ha già suggerito?

-          Ha osservato la scena…

-          E da dove? Da dietro le tendine di fustagno e con i fondi di bottiglia sul naso?

-          L’hai notata?

-          Spesso, ma non per quello che crede lei.

-          Allora perché ha fermato me?

-          Io non c’entro.

-          Ha visto di sicuro i nostri vuoti.

-          Forse, ma erano integri quando li ho depositati…

-          E che ci fanno i cocci per terra! Sai che sono pericolosi?

-          Certo, per i gatti!

-          Quelli che ti infastidiscono.

-          Mi disturbano il sonno, che è un’altra cosa.

-          Allora perché?

-          Ma in che lingua te lo devo dire: non sono stato io!

-          Come fai ad affermarlo.

-          Quella fuma… e le allucinazioni…

-          Dirà tutto all’amministratore.

-          Pure! Ok. Scusa, devo andare.

-          Sì vai, vai a nascondere le prove!

-          La faccio cantare io per primo! Lo vedrà con chi ha a che fare.

-          E poi? Cosa vorresti raggiungere? L'eliminazione anche del testimone?

-          Tu resta qui e osserva. A me non la si fa così facilmente.

-          Ehi, calmati. Magari salta fuori tra un po’ la prova regina.

-          No, lasciami. Voglio solo farle capire un paio di cose. Mi sono proprio scocciato del...

-          Dai, no, fermati. Era solo uno scherzo!


domenica 9 aprile 2017

LA FOTO DI ALBERT E.


LUI:

Tutto è relativo. Certo: se un cucchiaio cade non vuol dire che l’abbia perso o mollato dalle mani. E un bambino che mi guarda osservare quel fenomeno potrebbe pensare cose su di me e sulla posata nello stesso istante.

Allora perché dobbiamo discutere della caduta di un cucchiaio? Non è forse un fatto incontrovertibile che se gli tolgo l’appoggio da sotto, questo, per la forza di gravità, raggiunge la superficie più in basso più vicina? Se quella superficie è costituita dal mio piede, rimbalza all’impatto.

Eppure ci scanniamo per queste inezie tanto quanto due dittatori a confronto in un meeting delle Nazioni Unite.

E allora smettiamola, finiamo di avere la presunzione di essere sempre e comunque padroni di quella verità assoluta che forse nemmeno Dio ricorda.

Mi si rizzano i capelli al solo pensiero. I miei capelli… Mi hanno screditato per una foto apparsa in copertina su un famoso settimanale: non avevo una faccia pulita, non l’espressione borghese da educatore consunto e cattedratico.

Mi hanno cacciato: indegno, folle, pazzo, impazzito, inaffidabile…

Mi hanno fatto la guerra per quella espressione irriverente e conclamata. Me lo aveva chiesto il fotografo scherzando di rappresentare la mia idea sul mondo, la mia filosofia. Allora io ho tirato fuori la lingua. E’ quello che penso e non lo nego. L’esilio però non me lo merito. Non questo.

Sono scappato dagli orrori di casa mia per un valido motivo. Vigliacco? No, forse solo preveggente e cauto. Ho salvato la pelle e con essa anche questi capelli, bianchi dallo spavento, ma anche per la fatica.

E’ duro riuscire a farmi capire. Ho energia in testa. E idee, folli, strampalate, geniali, come quella di ripetere all’infinito l’esperimento della caduta del cucchiaio sul mio piede.

La mia inserviente si lamenta perché me lo faccio recuperare da lei ogni volta. Perché? Mi piace guardarle le terga quando si piega.


LEI:


Quell’immagine mi perseguita ancora e il ricordo fa male, nonostante riguardi un passato abbastanza remoto.

La fama ora è tutta dell’artista, morto qualche giorno fa, che ha immortalato il momento forse di maggior fragilità apparente del mio povero marito Albert, che oggi passa in secondo piano, come mero soggetto ritratto.

Era un periodo, quello dello scatto, in cui si era rilassato dopo lunghe ricerche e studi che portarono a grandissime scoperte e teorie rivoluzionarie. Eravamo però anche assediati da curiosi e giornalisti, da inviti a conferenze ed eventi.

Albert era popolarissimo e non ci scandalizzammo troppo quando una domenica pomeriggio ci chiamò qualcuno dalla redazione di un famosissimo settimanale per una intervista da tenersi obbligatoriamente quel giorno.

In dispensa avevo ancora tutto l’occorrente per il dolce della nostra patria e qualche altra leccornia da offrire a chi fosse toccato quell’incarico. Accettammo quindi dando appuntamento entro un’ora.

Puntuali arrivarono dribblando la solita ressa davanti casa. Li feci entrare con ancora addosso il grembiule e le scarpe comprate nella Grande Mela.

Passando per la cucina si accomodarono in salotto. Erano in due: uno con un taccuino in mano e una matita dietro l’orecchio, mentre l’altro aveva con sé una borsa dalla forma strana.

Andai a rinfrescarmi il viso in bagno e quando mi affacciai in sala da pranzo li scorsi chiacchierare e ridere come buoni amici. Non interessandomi a cosa discorressero mi occupai della tavola.

Appena Albert capì cosa avevo preparato, fece una smorfia di disgusto. Non gli piaceva più quel dolce: per lui sapeva troppo di Germania, di orrore, di guerra e non di mele, cannella e uvetta.

Lo scorse l’uomo con la strana borsa e gli chiese di ripetere il gesto mostrando una macchina fotografica. Mio marito allora tirò fuori del tutto la lingua e strabuzzò gli occhi.

Fu un attimo, uno di quelli che determinano il destino di un uomo. A nulla valsero i suoi studi e le sue ricerche: la condanna di intellettuali e benpensanti fu quasi unanime.

La cosa poi divenne pubblica al punto da far sparire l’assedio di curiosi in giardino, ma donò all’umanità intera la netta visione della faccia privata e nascosta di Albert E.

Se ne andarono contenti i due signori venuti da lontano quel giorno, accompagnati alla stazione dai nostri vicini.

Ne sentimmo parlare a lungo e leggemmo per molto tempo i loro articoli sui più famosi quotidiani.

Dopo quell’episodio ritrovammo la tranquillità, anche se ci pentimmo di aver accettato quella visita.

mercoledì 22 marzo 2017

SMENTICCHIA

E' successo di nuovo, ma stavolta è troppo grossa per non parlarne.
Avevo inviato il manoscritto senza speranze ma controllando a chi lo stavo spedendo.
Niente indirizzo né dati. Normale o quasi su un blog/sito di quelli preimpostati e per una CE appena nata. Poi anche io non ho inserito i miei dati sul mio blog che però sono riportati su tutti i documenti relativi al rapporto con i miei clienti.
Vinco inaspettatamente, rispondo ai complimenti e mi congratulo con me stessa.
Ricevo il contratto e riverifico. Nulla. Chiedo chiarimenti e scopro che ho un'interfaccia vuota che fa da tramite.
Mi arrabbio e sbotto in faccia a loro che non mi interessa più la loro proposta.
Mi ritirano il premio, che io non accetto perché se devo autopubblicarmi lo faccio da sola.
Dispiace, ma non credo sia serio illudere le persone e poi scoprire che dietro ci sono così tante falle da dover dichiarare l'edificio non agibile.
Se all'apparenza era una iniziativa come tante, lodevole per lo sforzo, dietro le quinte le condizioni e le clausole fanno capire di che natura sia la loro qualità, quella che ricercherebbero nei manoscritti degli autori.
E' uno sfogo il mio, ma non ai fini di diffamazione poiché ho in mano le prove di quanto dico e dichiaro.

martedì 21 marzo 2017

WARAWAWWW!!!

Ieri apro la posta e trovo un messaggio curioso da parte di una casa editrice.
Mi viene quasi uno "sc-ciopone".
Avevo inviato un mio manoscritto a un loro concorso poi dimenticandomene, anche causa i miei impegni di lavoro e personali di questo inizio anno.
Mi annunciano che sono io la vincitrice.
La che? Primo premio con pubblicazione, interviste e 7, dico sette copie omaggio senza sborsare un centesimo e dopo che per anni ho tentato di trovare un cristo che per lo meno mi desse una letta?
E' stato per me come fermarmi dopo una frenata brusca sul ciglio di un burrone.
Non che mi sarei buttata di sotto, ma siccome era stata una azione di quelle che "tanto lo so come va a finire", non mi pare ancora vero.
Certo ci sarà da fare editing di quello serio - sui miei scritti gli errori non li vedo mica! - e poi la sinossi, la copertina e magari anche una foto attuale con tanto di sorriso e pettinatura di circostanza.
Poi via a radunare amici e parenti nelle varie zone che frequento per le presentazioni e gli eventi da organizzare.
Insomma tutto il lavoro che viene di norma compreso nell'iter di pubblicazione di cui conosco già i passi da non prendere paura.
E sarà allora un bel viaggio, emozionante lo stesso perché CUORE DI PIETRA TORMANNA* è e resterà sempre una mia creatura, una parte profonda di me, pur non ritraendo una mia vicenda.
In me e nella mia opera ci credo e metterò in questo sempre tutto il mio cuore e il mio impegno.



*Il testo in pubblicazione è frutto del solo mio ingegno e fantasia intellettuale. Se verrò copiata sarà quasi un'onore.

giovedì 1 dicembre 2016

SPACCACES


I piccoli fori che avrebbero dovuto far defluire lo scroscio si erano otturati piano piano con il calcare trasportato proprio da quel liquido che da loro fuoriusciva.

Nessuno se n’era accorto e nulla mai era stato intrapreso contro quel fenomeno insulso. Nessuno quindi sapeva.

Nemmeno lui che nell’urgenza aveva trovato quell’angolino costruito appositamente. Non lo avrebbe mai nemmeno pensato potesse succedere. E proprio a lui.

Tirata la maniglia verso il basso si sentì subito spinto improvvisamente e incontrovertibilmente verso l’alto. Non fece a tempo a piegarsi, né ad alzarsi, né a spostarsi in alcun modo per evitare di esserne coinvolto.

Se ne rese conto solo in aria, nel cielo, con i pantaloni che si sfilavano con la forza di gravità, nel tentativo di uscire da quella situazione incresciosa. Il terrore non proveniva dall’immediato pericolo di cadere, no, ma più orripilante e odiosa gli era la possibilità di venir rinvenuto mezzo ignudo e attorniato da cocci riconoscibili con ogni evidenza.

Nessuna salvezza, ahimè, nessun paracadute. E pure poco tempo per le preghiere. “Mio Dio no, per carità! Non voglio…”

Come nel famoso cartoon non ebbe che il potere di sgranare gli occhi arrivato all’apice della parabola, incapace anche lì di togliersi dall’impiccio. Ormai tutto era compiuto.

Si sentì risucchiare. Di lì a poco l’impatto sarebbe riecheggiato per tutta la vallata, senza scampo.

E poi le risa, le risà… le risate di chi passandogli accanto lo avrebbe riconosciuto! AIUTO!

Un sogno, il risveglio, il sudore, il riconoscere di non aver toccato il fondo, non ancora. Sulla sedia accanto allo scrittoio i pantaloni accuratamente piegati…

“Domani vado a comprami un bel paio di bretelle!”


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Un piccolo Schrooge versione -2. ... per augurarvi di non trovarvi mai in una situazione come quella descritta.

BUONE FESTE A TUTTI I MIEI AFFEZZIONATI LETTORI!

LES INDIFFERENTS 11 - Lettera a un indifferente deluso


Carissimo,

mi dispiace, ma non sai quanto io mi sia sentita in dovere di dirti le cose che ti ho detto ieri sera.

Scusa la mia schiettezza, ma fa parte di me e un’amica non è un’amica se si trattiene, soprattutto in casi come questo.

So che ti sei offeso. Ti ho visto andartene con la faccia mogia e l’espressione di chi manda a quel paese. So che avrai anche pianto per aver udito le mie parole, ma non ho potuto proprio farne a meno.

Certo fa male anche a me, credimi e ti avrei rincorso se non fosse stata la mia rabbia a trattenermi. Rabbia per vederti così, indeciso al limite del menefreghismo, sciatto e inetto quanto basta per non reagire nemmeno se ti passano sopra con un camion. No, a urlare dovevi essere tu e non io.

Sei così tanto scettico e deluso dalle nostre battaglie? Cosa ne è del tuo ardore contro l’ingiustizia e del tuo impegno sociale? Tempo e fatica sprecati, pensi.

No: l’umanità non si cambia restando seduti ad aspettare il treno. Ognuno deve fare la sua parte, ogni giorno e in ogni luogo. Ricorda: il potere appartiene al popolo, soprattutto nel giorno delle elezioni.

In un certo senso però non ti biasimo ora, dopo una notte che forse ha portato solo a me consiglio. Alternativa seria e valida non c’è o non si è presentata o non ha raggiunto il quorum alle primarie.

Ma noi nell’urna non inseriamo solo una scheda: affidiamo il nostro pensiero e la nostra fede nel futuro, con lo scettro delle rimostranze fino alla rivoluzione. Abbiamo noi la pala in mano. Pala o forcone se vuoi, ma dobbiamo difenderci. Non possiamo considerare il nostro compito assolto usciti dal seggio: siamo cittadini e anche se pensi di subire, hai il diritto a protestare.

Non si protesta standosene a casa a guardare il telegiornale. Si protesta agendo onestamente, rispettando le leggi e alzando la voce per fare proposte serie e concrete.

Si protesta facendo funzionare gli ingranaggi senza abbassare la testa.

Tu preferisci ora ritirarti a leccare le ferite, quelle inferte per invidie mai sopite e sempre mal celate. Ok, fai pure, ma ricorda che il mondo gira e con esso l’umanità.

Anche io mi alzo la mattina per andare al lavoro con sempre meno voglia, ma non saprei che farmene del tempo se mi rintanassi senza un motivo.

Ti passerà anche questa. Ti conosco, non sai stare nemmeno tu troppo tempo “fuori”. Se vuoi ti aiuto ad alzarti con nuova linfa, nuova energia, nuovo vigore, nuove idee.

Insieme sarà più facile o forse anche divertente. Non rimanertene ora in disparte solo perché un’amica ti ha detto in faccia che voltare pagina non deve significare voltar gabbana!

Si cambia, certo e noi non ti fermeremo né ti obbligheremo a restare se non vuoi. Se qualcosa è andato storto, diamolo come un incidente di percorso, traiamone gli insegnamenti del caso e andiamo avanti.

Dai, non essere permaloso e discutiamone. Magari ne nasce qualcosa di bello.

Io sono qui e ti aspetto a braccia aperte, anche se andrò avanti, con o senza di te. Qui dove la mia e la tua passione sono fiorite, qui dove il futuro è già adesso.

Costruiamolo insieme, ti va?


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Riprendo con questo pezzo la serie degli INDIFFERENTS, dato che qui l'argomento si fa un po' politico di sottofondo. Non abbiatemene se la regolarità in questo senso non è proprio precisa, ma si sa che gli argomenti non mancano quasi mai. Ciò che qui gioca un ruolo decisivo è il timing della pubblicazione. A voi il verdetto.

domenica 16 ottobre 2016

LA PRINCIPESSA BALLERINA


Lo so, quanto successo mi segnerà per sempre. Ho intrapreso il viaggio con una valigia piena di sogni e di speranze. Sogni che avevo tirato fuori dal cassetto, impolverati dalle mie paure e la speranza di avere tutte le carte e le occasioni in regola per farmi notare. Sarei tornata vittoriosa o non sarei tornata affatto.

Invece sono vittima di un disastro come tanti altri in passato solo che stavolta non è stato per colpa mia. Non ho più la valigia, no nemmeno un cambio decente e soprattutto non più il mio bel vestito da valzer di tulle blu e verde. Blu e verde come i colori del mare che io ho avuto la possibilità di vedere pochissime volte nella mia vita, relegata in montagna con i miei nonni ad attendere papà e mamma

 Li ho attesi fino al giorno dell'arrivo della signora, si quella ballerina che veniva a curare quella brutta malattia presa chissà dove. Dicevano che non avrebbe più ballato, se non attraverso le sue alunne che io spiavo dietro le quinte del teatro che tenevo in ordine per campare. Le osservavo e copiavo i loro movimenti e a Natale mi esibivo davanti il nonno quasi cieco che batteva le mani. Unico regalo di ogni anno cosi come le estati a servizio della signora che alla morte del nonno mi prese in casa sua. Come serva. E allora ho imparato anche a state in punta di piedi, a non fare rumore quando c'è la musica.

La musica risuonava anche in quella sala e io avevo voglia di ballare ma il capitano non aveva occhi per me.

Dopo il secondo naufragio sfiorato, quello della scialuppa, siamo approdati su un'isola. Non sapevo che fare. Ho cisto che subito tutti si sono raggruppati attorno alla più piccola che gridava di un genio della conchiglia con gli strass. Elargiva cose. Scambiandole con altro. Mi sono guardata il vestito tutto rotto e cencicato. Anche lì c’erano dei brillantini, ma sapevo che non nascondevano fate.

Ho solo voluto vedere cosa succedeva e ho sacrificato la mia cioccolata - avevo notato lo sguardo di quella strana figura - e ho chiesto... Una scala. Che andasse in giù o on su non importava. A me bastava che portasse, Qua o in qualche luogo. Poi ho visto che attorno alla casa comparsa all'improvviso stavano gironzolando dei miei compagni di sventura e mi sono aggregata offrendo la scala.  

Ci riunimmo e facemmo il punto: strumenti e accessori a disposizione, esperienze e capacità, professioni. Età o provenienza non contavano?

Li ho lasciati sul punto di litigare. Ognuno aveva la sua visione e i problemi per loro erano solo tecnici, risolvibili in quattro e quattro otto.

Me ne sono uscita e ho scrutato il cielo chiedendo al nonno consiglio e protezione, per tutti. Ho visto nuvole buie all'orizzonte. Nonno diceva: niente di buono. Diceva lo stesso delle caprette che si incornavano a vicenda. Lasciarle sfogare o dividerle, mai mettersi di mezzo.

Tornai da loro annunciando tempesta. Tacquero all'istante. Erano pronti a partire già tutti decisi. E io a guastar le feste... Dovevamo rimandare.

Si fece subito sotto Carlo, il militare, che diede a me l'ordine di stare in cambusa e tenere in ordine. Io volevo la mia avventura e non credevo ai messaggi del capitano, già al sicuro, lui. Passò la tempesta e anche un paio di giorni e io ero già stufa di essere li rinchiusa ancora tra quattro mura e con un padrone. Gli altri non mi degnavano di conforto o parola che per "prendimi questo, portami quest'altro". No, mi sono detta, non puoi finire così.

Pregai ancora il nonno e questa volta il mio desiderio venne esaudito. Un elicottero bello grande che sembrava un cavallo alato scese sulla spiaggia a cercarci. Fui felicissima.

Ora sono qui, di nuovo a casa dalla sua signora. Sono cambiata: come un cagnolino che si era perso in cerca di compagnia di suoi simili, chiedo scusa come fosse mia la colpa. La padrona mi bacia in fronte e mi chiede con un sorriso di ballare. Che bel benvenuto!

Sarei stanca ma per quel che lei ha fatto per me mi esibisco volentieri. Non importa quel che ho passato, da adesso posso camminare a testa alta: ho salvato tutti dalla tempesta e lo show l'ho avuto lo stesso. Danzare sulle punte ora è come volare.


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Questo racconto è scaturito dopo la frequentazione di un workshop di scrittura esperienziale a Treviso sabato 15 ottobre 2016. Ringrazio  e saluto chi era presente.

mercoledì 5 ottobre 2016

SOCIALLL

E' partita la pagina Facebook della mia agenzia Letteraria LICET ET DOCET.
Seguitemi anche da lì.

martedì 24 novembre 2015

LES INDIFFERENTS 10. - Le vendredi noir de Paris

Attendevate eh? Allora eccolo.


HO LASCIATO IL POSTO MACCHINA A UN TERRORISTA – Vendredi 13, un fin de semaine en noir

 Ciao Amore, ci vediamo stasera!

Anche questa mattina sono uscito come al solito salutando mia moglie, ancora indaffaratissima a imbellettarsi per il lavoro. Sono sceso e mi sono diretto verso la mia auto parcheggiata poco più in là del nostro portone, cosa non di tutti i giorni. Il traffico si stava intensificando quando ho liberato il piccolo spazio rioccupato subito dopo da una vettura scura che ci entrava a malapena con numerose manovre.
Bravo l’autista, devo aver pensato immettendomi in corsia verso il semaforo di rue de La Fayette. Ero in orario ma non ho guardato chi uscisse da quella vettura. L’abitudine di non farci caso.
Ho continuato il mio viaggio già con il pensiero alla serata: oggi è venerdì e di solito passa mia madre o mia suocera con qualche teglia o con la quiche solo da infornare. Poi abbiamo due biglietti per un teatrino di periferia: il solito Molière, sempre divertente. Una serata come tante in un novembre che ancora ci regala tepori e colori caldi come una cioccolata corretta al cointreau.
In ufficio soliti sguardi stanchi e mezzo-assonnati dei colleghi che si affacciano anche loro al fine settimana convinti di riprendersi poi in due giorni. Davanti al distributore di bevande si parla dell’amichevole allo Stade de France e il nazionalismo – si gioca contro la grande Germania! – prevalica sullo spirito sportivo.
Ci sediamo tutti poi alle nostre scrivanie chi già con il telefono in mano e chi con qualche pratica da chiudere o archiviare. Si guarda la posta poi le novità politiche del giorno. Solo verso le dieci, dieci e trenta, dopo l’ennesimo caffè si inizia a fare il punto di quanto rimane da fare nelle ore che restano.
Dopo pranzo, alla mensa parliamo sempre di famiglia, di tasse, di automobili, di donne… E al rientro si fa il programma per la settimana entrante.
    Alle quattro si dà una ripulita ai tavoli e si mette a posto quel che resta.
Un’ora e un quarto rispetto la mezz’ora della mattina per ritornare a casa. Stasera gran casino: devono essere state previste delle deviazioni sia causa la partita che causa dei concerti rock che dovrebbero portare grande pubblico.
Dicono che le autorità cittadine siano in allerta, ma a noi non lo vogliono nemmeno far vedere. E noi subiamo. Non si vedono poliziotti in giro, almeno non in divisa e le volanti saranno già tutte concentrate nei dintorni dello stadio.
Sotto casa nemmeno uno spazietto libero e devo fare tre giri dell’isolato per trovare posto. Stavolta sono al limite con un passo carraio e spero non passino i controllori. Lunedì mi serve la voiture!
Passo a prendere la baguette di ordinanza. Domani mattina potrebbe piovere e poi siccome rientreremo piuttosto tardi non avrò voglia di alzarmi. Fare colazione senza non è mia abitudine, soprattutto nei week end.
Pago e saluto qualche vicino di casa, tutti con la stessa mia fretta. Salgo in casa seguendo un insolito profumino: lasagne alla parmigiana, una ricetta trovata chissà dove o inventata da quelle della zia Lietta, bravissima cuoca… di casa.
Mia moglie è sotto la doccia e mi prega di abbassare la temperatura del forno. La pietanza cuoce da quasi un’ora ormai e lei ne ha approfittato per iniziare a prepararsi. Io fremo per andare al bagno e non vedo l’ora che lei esca. Mi trattengo quanto posso, lavandomi le mani nel lavello della cucina. La tavola è già preparata, anche se mancano i formaggi e il vino. Stappo una bottiglia mentre ascolto il telegiornale: si parla di Islam, ma anche di ripresa, di America, della partita, del gran premio, di… solite cose, ormai.
Sento la porta della camera cigolare e mi fiondo alla toilette. C’è l’odore del sapone addensato nel vapore che ancora ristagna. Respiro quella scia che mi riporta indietro di anni. Mia moglie ci tiene, da bella e brava parigina al bon-sentir della propria persona. Mi fa girare la testa con profumi a volte orientali, a volte muschiati e a volte floreali. Immerso nei miei pensieri non la sento chiamarmi a tavola. Mi è passata davanti alla porta, semi nuda e non me ne sono accorto. Sarà la fame?
Ci sediamo e scorgo altri sapori, altri colori. Il piatto è pieno e il gusto….da gourmet! I bocconi si susseguono a ritmo sfrenato, ma non solo perché devo anche io andare in doccia e radermi. Assaporo materia e respiro, pensiero e gusto. Delicieux!
Parliamo durante la pubblicità della nostra giornata e di quello che faremo domenica. Decidiamo di portare le nostre mamme a Versallies e poi a Fointainebleu. Se splende il sole sarà bellissimo fare una passeggiata magari immaginando di essere alla corte di Marie Antoinette.
Dobbiamo sbrigarci, ma quando entriamo alla stazione del Metrò siamo stretti a braccetto come due sposini. Ci guardiamo inaspettatamente negli occhi e lei rimane aggrappata stretta a me nonostante non ci sia tanta gente nei vagoni. La macchina è rimasta parcheggiata a due isolati da casa. Troppo casino stasera. Poi la metro ci porta fin sotto il teatro. Comodo!
Nel Foyer mentre lei cerca i biglietti dentro la sua pochette io deposito i nostri cappotti al guarderobe, mettendo subito il cartellino per il ritiro nel portafogli.
Entriamo e andiamo a cercare i nostri posti. Stasera pienone da tutto esaurito. La gente esce ancora volentieri per Molière, ma non solo. Abbiamo visto tutti i bistrò pieni qui attorno. Si mangia e si beve in compagnia. Alla faccia della crisi e del nostro governo.
Lo spettacolo inizia. Anche il battimani è corposo e gli attori se li meritano tutti questi applausi.
Poco prima dell’intervallo si sente un brusio che diventa sempre più forte. Forse la nazionale, che a quest’ora dovrebbe aver finito di giocare, ha perso contro la Germania? Crucchi bastardi!
Il vocio si fa più intenso e dappertutto si notano le luci dei telefonini. Qualcuno squilla nervoso. Ma non dovrebbe essere proibito? Cosa fanno le maschere? Tento di capire cosa sta succedendo.
All’improvviso il capo della troupe o il direttore del teatro esce sul proscenio. Si parla di attentati, di morti, di sparatorie. Le autorità hanno subito decretato lo stato di emergenza e presto tutto sarà bloccato. Lo spettacolo viene sospeso e i biglietti eventualmente rimborsati se non si potrà assistere a una replica speciale in data da destinarsi.
Si scatenano tutti sulla rete: confusione e caos in tutta la città. La polizia ha blindato dei quartieri e quindi sarà difficile tornare a casa. Invitano alla calma, ma è meglio incamminarsi. Nessuno ancora sa nulla di preciso di cosa stia accadendo. Ci guardiamo mesti e usciamo quasi in fila indiana a capo chino, avviandoci tutti verso il proprio rifugio.
Mia moglie si aggrappa a me come prima, ma io non so se le basterò. Ci guardiamo negli occhi, come prima, ma l’intensità è offuscata. Non so se sia paura, timore, panico o solamente disillusione che la liberté stia crollando come una statua di sale.
La Metro ci porta solo due stazioni più in là. Taxi non ce ne sono e quelli che circolano sfrecciano veloci non si sa dove. Hanno forse meno difese di noi. Ci incamminiamo quasi alla cieca. Non conosco il quartiere, ma fortunatamente so orientarmi nonostante l’ora tarda.
Il traffico ha una intensità inusuale, il che mi fa pensare che stasera sia veramente accaduto qualcosa di brutto. Abbiamo i nostri cellulari, ma non ho nessuna voglia di riaccendere il mio. Mia moglie prova a contattare le nostre mamme. Sono tutte e due a casa nostra e ci attendono ansiose. Alla TV hanno parlato di un teatro preso d’assalto e pensavano fosse il nostro. Mia moglie le rassicura: stiamo bene, siamo vivi, ma siamo a piedi e non sappiamo quando rientreremo. Possono attenderci lì e farsi compagnia.
Sul viale della Republique sfrecciano veicoli a sirene spiegate. Non li vedo. Pompieri? Ambulanze? Polizia? Allora veramente è grave! Camminiamo rasente i muri mentre la gente accanto a noi entra furtiva nei propri portoni con sguardi bassi e indagatori.
Affrettiamo il passo ma dopo pochi isolati ci viene il fiatone. Stiamo scappando, sì, ma da chi? Dove sono? Chi sono? Non siamo sicuri di essere al sicuro, ancora abbastanza lontani da casa. Stasera niente aiuto da amici e conoscenti. Meglio non disturbare. Poi a casa ci aspettano le mamme.
Ci guardiamo. Mi sono perso. Cerco di chiedere indicazioni a qualcuno, ma sono tutti di fretta come indaffarati per l’arrivo del roi. Ognuno con il suo fardello di pensieri vaga per la strada in cerca di riparo. Fortunati quelli che hanno deciso di non uscire. L’aria è pesante.
Continuiamo il nostro percorso a ritroso. La prossima stazione della Metro è già chiusa. Motivi di sicurezza ci dicono. Mia moglie ha le vesciche ai piedi, ma non si fida a levarsi le scarpe. Troppo pericoloso. I locali sono vuoti o già chiusi. Che succede? Allarme atomico?
Con dei fazzolettini tra scarpa e piede, tra pellame e pelle, si prosegue a ritmo lento. Se dovessimo correre all’improvviso? Se ci fermiamo però ad aspettare un taxi arriviamo domani mattina e chiedere un passaggio non è proprio il caso.
Nei paraggi abita un mio ex-collega con la moglie, ma è tardi. No, guarda, sta uscendo proprio ora con un sacchetto dell’immondizia! “Serge, Serge! Scusa, ciao. Come state! …” Tento di farmi sentire, di farmi notare, ma lui prosegue. Non so dove stia andando e dato che mi pare che non abbia voglia di parlarmi, tiriamo dritto anche noi. Una pausa, mi dice mia moglie, non le sarebbe stata bene. Al massimo avrebbe potuto chiedere alla moglie di Serge un paio di Nike, sempre che quella abbia il suo stesso numero. Meglio così allora.
Ancora un paio di isolati e ci siamo. Di nuovo a casa. Stiamo arrivando dall’altra parte rispetto a dove ho parcheggiato. Non importa. La controllo domani. Qui sembra essere tutto come al solito, tutto normale.
Alla nostra vista le nostre mamme ci abbracciano e ci baciano come quando siamo rientrati dal viaggio di nozze. Era dieci anni fa e mai da allora avevo temuto di non poter proteggere adeguatamente mia moglie.
Lei mi guarda come se fossi un eroe. Certo: averla riportata a casa sana e salva è stata un’avventura, anche se ci è rientrata con i piedi sanguinanti. Io comunque l’ho scampata dal doverla portare in braccio. Mi ha detto che non era più una bambina e nemmeno una sposa alla prima notte di nozze. Avrebbe fatto anche lei la sua parte in caso di guai.
Andiamo tutti a letto con poche notizie: pare che alcuni estremisti islamici si siano fatti saltare alle porte dello stadio e che qualcuno sia entrato in un teatro dove suonava una band americana e abbia sparato all’impazzata. Ma dico io: è così che si reagisce per non aver trovato il biglietto?
Alle prime luci dell’alba accarezzo la guancia di mia moglie che ancora dorme al mio fianco e mi sfilo da sotto le coperte. Preparo il caffè e vedo le chiavi della mia voiture. Scendo un attimo a controllare e così vedo se trovo un posto più vicino. Appena fuori dal portone vedo camionette e poliziotti tutt’intorno al luogo dove ieri, press’a poco alla stessa ora sono salito sulla mia piccola e vecchia Peugeot. Cerco di avvicinarmi e un gendarme me lo impedisce. Riconosco un mio vecchio compagno di studi, uno che già allora faceva il duro con gli stranieri. Mi risponde di farmi gli affari miei.
Riconosco il mezzo sul quale stanno armeggiando: si tratta proprio della macchina scura che aveva preso il mio posto! Un altro gendarme alza un fucile, trovato nel bagagliaio della stessa. Cantano vittoria. Perché?
Giro l’angolo in tutta fretta. Mi fermo e quasi vomito. Ho lasciato il posto macchina a un terrorista o solo a un pazzo omicida. Forse se non trovava parcheggio se ne andava o desisteva dal suo compito.
Forse. Il suo di cammino è stata un’avventura che gli deve essere costata la vita, quella stessa che lui ha tolto a tante altre persone innocenti.
Io non so se sono innocente o solo sfortunato.
Torno a casa, da mia moglie che mi attende con la baguette da tagliare e la tazza di caffè fumante. Va verso la TV. La fermo. No cara, meglio non sapere.